Osservatorio riuso

Osservatorio online per il riuso di spazi a fini creativi, artistici e culturali

Alcune fibrillazioni del commercio

Data di pubblicazione: domenica, 14 ottobre 2018
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Nella vasta arena delle dinamiche di riconversione immobiliare il ruolo del commercio ha subito più di una rivoluzione, attraverso una miriade di cambiamenti piccoli e grandi il cui approdo è ben lungi da essere comprensibile in forma univoca. Molte sono le situazioni caratteristiche, molti i tentativi di rilancio e rinnovamento dei modelli e moltissime le situazioni crisi più o meno accelerate. Da componente “pesante” di ogni piano di sviluppo urbano in epoca pre-crisi, sorta di “recinto sacro” del profitto garantito, si è trasformato oggi in una delle variabili più delicate di ogni investimento. Diamo pertanto traccia qui alcune fibrillazioni del settore, non tanto per trarre delle conclusioni, quanto appunto per “fare osservatorio” di casi nel tentativo di trovare nuove tracce utili per possibili scenari futuri.

Poco meno di un anno fa, negli Stati Uniti, secondo Cushman & Wakefield, si prevedeva la chiusura di oltre 12.000 negozi nel 2018, ovvero molto di più dei 9.000 circa che avevano chiuso nel 2017. Si prevedeva addirittura che un’ondata di dichiarazioni di bancarotta e annunci di chiusura di negozi si sarebbe abbattuta all’inizio dell’anno, un periodo nel quale i venditori al dettaglio hanno molti contanti grazie agli acquisti natalizi. Le chiusure di negozi spingerebbero centinaia di centri commerciali sull’orlo del baratro. Infatti in pochi mesi sono stati sentenzianti alcuni degli effetti previsti, con la frase “È finita un’era: chiudono i grandi centri commerciali americani”, gli analisti stimano che entro il 2022 un centro commerciale su quattro chiuderà in America. La causa è da cercare nei cambiamenti culturali, nei gusti più esigenti dei nuovi consumatori americani (la generazione millennial), nell'ampliamento del divario sociale e nel successo delle vendite online per qualsiasi genere di acquisto.

Secondo la rivista Wired si va verso un mix “ponderato” di digitale e fisicità. E sempre più catene commerciali lo stanno capendo. È l’ “essere non essere” in salsa shopping: meglio i saldi oggi oppure il “black Friday” domani? Il dilemma che tormenta noi consumatori spinge alcuni commercianti tradizionali a tirar giù definitivamente le saracinesche. “Non c’è sfida”, pensano. Hanno ragione: la competizione tra on e offline, possiamo dirlo, è finita. Sdoganato il tabù di un’impossibile convivenza, fioccano ora i casi in cui il digitale si integra con la vendita tradizionale, promettendo “shopping experience” davvero memorabili. Per i più intrepidi esploratori dei megastore, ad esempio, la ricerca del prodotto perduto potrebbe diventare semplice ed addirittura divertente, come dimostra il caso di Foyles. La storica libreria britannica ha sviluppato un’applicazione che guida il cliente tra le centinaia di scaffali e le migliaia di titoli del suo multipiano londinese a Charing Cross. Come un navigatore, Foyles Book Search permette al visitatore di recuperare il libro che cerca, senza dover chiedere e soprattutto attendere assistenza. Il concorrente statunitense Barnes & Noble ha anche installato sui propri scaffali dei dispositivi che consentono ai clienti di ottenere informazioni sui testi.

In Italia dove paradossalmente è ancora forte la voglia di “centro commerciale”, le situazioni sono molto variegate. A Torino il centro storico è in crisi nera: «Un negozio su 4 è chiuso». In molte zone del centro gli ingressi al piano terra sono sbarrati, così come le persiane di tutti gli appartamenti sovrastanti. I negozianti che resistono lamentano inoltre un grande turnover e il problema della ZTL che limita gli accessi delle auto. E ancora le spese da pagare troppo elevate rispetto agli incassi. Il problema più grande comunque sembra essere la mancanza di passeggio in una delle zone più belle del capoluogo sabaudo. «Da quando sono andati via gli uffici abbiamo perso tanti clienti» spiega la presidentessa dell’associazione commercianti Centro Storico che annovera tra i motivi della crisi, anche la presenza di edifici abbandonati. Ma di certo i negozianti non si perdono d’animo. «Organizziamo tante iniziative culturali – aggiunge Altamore – ma vorremmo che il Comune ci desse una mano, pianificando eventi cittadini anche nel nostro quartiere».

Secondo Confcommercio nel volume “Il negozio alimentare” della collana “Le Bussole”, emerge in controtendenza che oltre la metà degli italiani fa la spesa sotto casa. Torna così di moda il supermercato di quartiere con i suoi tradizionali punti di forza: accessibilità e cortesia del personale. Il negozio di vicinato si è anche innovato portando la spesa direttamente a casa e aprendosi all’online. (…). Oltre il 55% dei consumatori italiani compra nei supermercati di quartiere e l’indice di soddisfazione è massimo per i negozi indipendenti specializzati. (…). L’e-commerce alimentare è ai livelli minimi in Italia, 0,5% contro il 6% della Francia, ma è destinato a crescere. Nel 2015 la spesa del supermercati fatta online ha segnato un boom del 57% e il cibo pronto in delivery (direttamente dal ristorante) ha registrato un +66% nel 2016.

Tra le iniziative conflittuali, il tentativo del comune di Sulmona di rendere ancillare il commercio rispetto alle aree industriali sottoutilizzate. Un’operazione che ha scatenato dure critiche delle associazioni di categoria contro il provvedimento con cui si dà il via libera al commercio nella zona industriale, la l’amministrazione risponde dicendo che una cosa non esclude l’altra». Le novità introdotte dalla variante al nucleo industriale riguardano la possibilità di inserimento – in ogni lotto – di un negozio di vicinato, la possibilità di realizzare, nelle aree con destinazione già commerciale, strutture di vendita fino a 2.500 metri quadri, la facoltà di ampliare gli edifici esistenti, secondo le premialità e i parametri previsti dalla legge 49, e l’apertura alle altre destinazioni d’uso per tutti gli edifici esistenti. Una flessibilità più spinta, dunque, che dovrebbe – secondo i promotori – rivitalizzare l’area e facilitare il riuso dei capannoni dismessi. «In un contesto ormai deindustrializzato».

Nel processo di contrasto alla desertificazione commerciale di varie zone della città, il comune di Milano mette in gioco gli spazi commerciali di proprietà, attraverso un bando per assegnare cinque spazi comunali per negozi, ristoranti, bar o uffici. Circa 860 metri quadrati di proprietà di Palazzo Marino messi all'asta per trovare nuovi inquilini in diverse zone della città, in pieno centro come in periferia: da via Borsieri a via dell'Ortica, da via Bergamini a via Albertolli e viale Lombardia. Si va dal più piccolo di 50 metri quadri vicino via Padova al più grande di oltre 400 in Zona 8, da un canone annuale a base d'asta di 3.800 euro a 18.640 euro.

Tra le innovazioni abbastanza spinte, la nuova soluzione per il riuso di spazi commerciali abbandonati, praticata a Marina di Cecina in Toscana. dove negozi rimasti sfitti o privi di attività diventano casa vacanza. Su iniziativa dei proprietari degli immobili che hanno chiesto e ottenuto il cambio di destinazione d’uso con il vincolo della destinazione turistica, sarà possibile dare corso ad un’interessante esperimento di riconversione di spazi commerciali in zona centrale in chiave di nuova ospitalità.

E ancora i negozi sfitti che diventano temporary shop in centro a Rimini, per artigiani ed associazioni. È un esperimento praticato dal comune di Rimini per un paio di mesi. Se poi  l'iniziativa dovesse funzionare, i proprietari dei muri che vorranno concedere gli spazi in comodato d'uso al Comune rientreranno nella 'no tax area'. L'idea, che nasce per riaccendere le vetrine spente e buie e per ridare vita a negozi vuoti, ma anche per dare visibilità ad artigiani e associazioni, parte dunque come un esperimento natalizio nella speranza di diventare qualcosa di più strutturato.

Rispetto a questo scenario, oltre alla comprensibile fibrillazione degli operatori, c’è certamente da mettere in conto una forte esigenza di sperimentazione tra la componente umana e quella digitale.
 

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