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Curatela fallimentare e rigenerazione urbana

Data di pubblicazione: sabato, 29 dicembre 2018
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Nelle origini dell’urbanistica moderna val la pena ricordare il ruolo tecnico-pratico degli igienisti  che per primi scoprirono l’importanza della salubrità degli elementi vitali negli ecosistemi urbani, in primis l’acqua come dimostrò il caso dell’epidemia di colera a Broad Street nel 1854. Questo fatto diventò famoso per lo studio condotto dal medico inglese John Snow, che ebbe così modo di scoprire come il colera si diffonde tramite l'acqua inquinata, scardinando la cosiddetta “teoria dei miasmi” allora dominante, secondo cui malattie come il colera o la peste nera erano causate dall'inquinamento o da una forma nociva di "aria cattiva". Questa scoperta influenzò in modo determinante la sanità pubblica e la costruzione di impianti di depurazione che cominciò a diffondersi proprio nel XIX secolo e che naturalmente ebbe ampio riscontro nell’evoluzione della tecnica urbanistica basata sullo zoning. Si trattò quindi di un determinate contributo solo apparentemente “esterno” alla disciplina urbanistica che andò a generare importati effetti sul nuovo modo di concepire i progetti di città di fronte alle sfide epocali della modernità e della crescente industrializzazione. Non si vuole con questa premessa tracciare un parallelismo diretto con la situazione odierna, se non per provare ad assegnare un possibile ruolo di protagonista della rigenerazione urbana ad un soggetto come il “curatore fallimentare”. Si tratta  di una figura che ha il compito di provvedere all'amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura fallimentare sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori. . Nei compiti del “curatore fallimentare” non c’è quello né della pianificazione urbanistica, né della rigenerazione urbana, eppure lo sviluppo di nuove relazioni in tal senso sarebbe non solo auspicabile, ma necessario.  Spesso infatti sono i vasti complessi ex industriali a bloccare per anni la rinascita di alcune parti di città, sono le questioni intrinseche che queste aree nel loro stato di degrado e abbandono a portarsi dietro enormi problematiche di inquinamento, di emarginazione, di occupazione abusiva e via di questo passo. Dal punto di vista delle possibilità di incidere sui processi che generano nuove possibilità aperte e partecipate sul futuro di queste aree, si possono segnalare tre recenti situazioni per così dire di “risveglio”. Come primo caso quello della procedura d’asta della Bemberg di Gozzano è paradigmatico di ciò che succederà sempre più spesso nei prossimi mesi e anni: ovvero il tentativo delle curatele fallimentari di vendere a prezzi stracciati enormi complessi industriali dismessi e caricati di incerti oneri di bonifica ambientale. Il fenomeno non appartiene solo nelle grandi città e nelle aree metropolitane, ma riguarda anche piccole realtà provinciali come –appunto- Gozzano,  paese  di poco più di 5.000 abitanti sulla sponda meridionale del Lago d’Orta. Nella fattispecie i dati salienti consistono nel fatto che: 1) si tratta del sesto tentativo di vendita dal 2010; 2) il prezzo è sceso dai 4 milioni e più del primo tentativo di vendita ai 200 mila dell’asta in corso; 3) i 236 mila metri quadrati del complessivo compendio immobiliare esprimono pertanto un valore medio di 70 centesimi al metro quadrato; 4) che qualunque sia l’esito della procedura, l’investitore sarà ragionevolmente costretto a ricercare utili ed equilibri finanziari attraverso approcci qualitativi e non quantitativi; 5) che ogni proposta o esperimento di questo genere sarà di grande valore dimostrativo per le tante altre che primo a poi seguiranno. Il secondo caso è quello di Verbania, con l’area strategica “ex Acetati”, che ha visto riaprirsi il dialogo tra Amministrazione comunale e proprietà verso la possibilità di riattivazione di alcuni parziali investimenti anche a garanzia del completamento del piano di bonifica e soprattutto di apertura verso la cittadinanza a partire dalla possibilità di visita dell’area come esperienza di partecipazione e riflessione sul suo futuro possibile. http://www.comune.verbania.it/DIARIO/Open-Day-ex-stabilimento-Acetati.-Domenica-11-novembre-2018.-Prenotazione-visita-obbligatoria. Infine il caso più sperimentale, leggero nella sostanza, ma molto innovativo nel metodo, consistente nell’affidamento in comodato di una porzione della ex Colonia Bolognese a Rimini da parte del collegio di Curatela fallimentare in accordo col Giudice competente. Di questo caso si era già parlato più diffusamente sulle la scorsa estate proprio su queste pagine. I prossimi anni ci diranno se i curatori fallimentari conquisteranno, nelle svariate dinamiche di ripensamento delle città, il ruolo semi-profetico che ebbero gli igienisti nell’ottocento, a partire dalla questione dirimente delle bonifiche che spesso presenta costi tanto esorbitanti quanto necessari per garantire la salute e il benessere dei quartieri in cui sono localizzate. In questi casi le risposte miracolistiche non le possiede nessuno, ma l’impegno di incrementare il sistema di dialogo e confronto, quello sì è praticabile e le curatele fallimentari, nonché le relative sedi di amministrazione della giustizia, possono davvero diventare nuovi protagonisti della rigenerazione urbana, per altro non solo nell’interesse pubblico in senso astratto, ma spesso anche riconducendo la proprio azione verso finalità che possono accrescere e migliorare ciò che viene richiesto dalla vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori di cui alle norme in materia di Legge fallimentare.
 

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