Osservatorio riuso

Osservatorio online per il riuso di spazi a fini creativi, artistici e culturali

Anno europeo del patrimonio culturale: la valorizzazione di un settore strategico

Data di pubblicazione: lunedì, 03 settembre 2018
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La Commissione Europea ha dedicato il 2018 al patrimonio culturale, per favorire lo sviluppo di un settore strategico per l’economia continentale e la sua coesione sociale. Ma anche misure per il finanziamento alle piccole imprese culturali.
Nell’Anno europeo del patrimonio culturale, la UE ha investito ben 8 miliardi di euro per la valorizzazione del Patrimonio storico-artistico. E’ un settore che bel nostro Paese vede 1.116 imprese attive, con 2.823,7 milioni di fatturato e 51.000 occupati. Un settore che può crescere se si pensa che le partnership Pubblico / Privato per la valorizzazione dei beni di interesse culturale in Italia sono state 22 negli ultimi 10 anni (Fonte EPEC 2017), mentre nello stesso periodo se ne registrano 357 nel Regno Unito, 151 in Francia, 95 in Germania, 72 in Spagna e 32 in Olanda.
Secondo il Rapporto Symbola 2018 “accanto all’expertise maturata nei decenni in ambito di conservazione, anche nel nostro Paese cresce sempre di più la consapevolezza che non è il patrimonio culturale materiale a generare da solo valore, se non viene investito dal capitale culturale e creativo, da parte dei residenti e delle imprese. L’obiettivo è consolidare percorsi di sviluppo fortemente relazionati ai territori, in un lavoro di tessitura artigianale sartorialmente adeguato a ogni sito, per affrontare le sfide legate all’innovazione (sociale e digitale), all’internazionalizzazione, alla formazione”.
Tra i nuovi player che stanno promuovendo azioni di riuso del patrimonio (avendo grandi spazi pubblici in gestione), vi è anche la Cassa Depositi e Prestiti. Secondo Secondo il Rapporto Symbola “quest’ultima opera come una agile merchant bank a caccia di opportunità di business sul mercato. Lo fa in tanti settori e tra questi nel settore immobiliare dove, in ossequio alle buone pratiche internazionali, si comporta come i grandi developer: si restaurano spazi in disarmo, si fanno vivere e si animano dopo anni di abbandono, rendendoli appetibili sul mercato, e poi si vendono a un prezzo più adeguato. Gli esempi più recenti concernono l’Ex Dogana di San Lorenzo, le Ex Caserme di via Guido Reni e l’Ex Palazzo degli Esami a Roma, Palazzo Fondi a Napoli, dopo l’estate, l’Ex Manifattura Tabacchi della Bicocca a Milano. Tra la vendita, la trasformazione, la rigenerazione e il cambio di destinazione passano anni, quindi è utile e necessario riempire il tempo con contenuti che aiutino queste aree a farsi conoscere e a entrare nelle abitudini dei cittadini”.
Il riuso e la rigenerazione degli spazi riguardano sempre più zone periferiche, aree interne, territori segnate dal disagio.
Una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni, è rappresentata dai progetti che vedono i principali punti di riferimento nel territorio, inteso come realtà identitaria, in cui l’agire e l’impatto delle organizzazioni culturali va oltre il risultato produttivo e le stesse finalità connesse alla rigenerazione urbana, anche in zone segnate dal disagio sociale e di averne saputo coinvolgere la popolazione, in particolare giovanile, con attività che hanno saputo offrire degli sbocchi professionali.
 Il filo conduttore di tutte queste esperienze si dirama attraverso alcune direttrici principali. Innanzitutto l’assunzione di responsabilità che le imprese culturali decidono di condividere con i decisori politici e con gli enti preposti ad attuare politiche culturali, sentendo preminente il dovere di investire energie e competenze per produrre non solo crescita aziendale ma anche benessere sociale. In secondo luogo accogliere la sfida di portare cultura e creatività fuori da dimensioni elitarie e autoreferenziali e da luoghi convenzionali di fruizione, di porle al servizio della società nei suoi aspetti più immanenti, di abilitarle a diventare leve risolutive di criticità sociali e asset valoriali per chi li produce e per chi ne beneficia. Infine, la condivisa consapevolezza di assumere una diversa concezione – e dunque adottare un rinnovato approccio – della partecipazione culturale: non sono i pubblici a dover cambiare ma è il sistema a doverlo fare. Le industrie culturali e creative che operano sul filo dell’innovatività sono oggi quelle che stanno imparando a conoscere meglio i loro pubblici e a stimolarli nell’ampliare ed esplorare il proprio spazio culturale, per far diventare la partecipazione culturale una pratica ordinaria, dettata dal bisogno e rispondente al più profondo, personale e autentico desiderio.
Seguendo queste linee strategiche, le imprese culturali possono svilupparsi soprattutto se riescono a dotarsi di capitali. Per questo la Cassa Depositi e Prestiti  e il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI) - Programma “Europa Creativa”- hanno sottoscritto un accordo per supportare l’accesso al credito delle imprese culturali per 300 milioni attraverso il Fondo di Garanzia per le PMI, grazie alle risorse del Piano Juncker.

 

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