Osservatorio riuso

Osservatorio online per il riuso di spazi a fini creativi, artistici e culturali

Se il consumo di suolo è il sintomo, il cemento è la malattia

Data di pubblicazione: giovedì, 05 luglio 2018
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Persistenza del consumo di suolo, fragilità delle pratiche di riuso, inerzia programmatoria, abnormità di opere incompiute, sono i quattro punti cardinali di questa breve riflessione finalizzata ad evidenziare alcune questioni particolarmente patologiche del nostro sistema paese.
Per quanto riguarda il consumo di suolo, il principale punto di riferimento tecnico-scientifico è costituito dal Rapporto che ogni anno viene pubblicato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). L’ultimo Rapporto dal titolo “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2018”, analizza l’evoluzione del consumo di suolo all’interno di un più ampio quadro delle trasformazioni territoriali ai diversi livelli, attraverso indicatori utili a valutare le caratteristiche e le tendenze del consumo e fornisce nuove valutazioni sull’impatto della crescita della copertura artificiale, con particolare attenzione alla mappatura e alla valutazione dei servizi ecosistemici del suolo. Ne risulta a livello nazionale un consumo di suolo ad oltranza; che continua ad aumentare anche nel 2017, nonostante la crisi economica. Tra nuove infrastrutture e cantieri (che da soli coprono più di tremila ettari), si invadono aree protette e a pericolosità idrogeologica sconfinando anche all’interno di aree vincolate per la tutela del paesaggio - coste, fiumi, laghi, vulcani e montagne – soprattutto lungo la fascia costiera e i corpi idrici, dove il cemento ricopre ormai più di 350 mila ettari, circa l’8% della loro estensione totale (dato superiore a quello nazionale di 7,65%).
D’altra parte la propagazione dei progetti di riuso temporaneo nati per scelta o per necessità, per visione o sperimentazione, si stanno affermando pratiche e metodologie verso approcci aperti, collaborativi e incrementali dove non sempre è necessario programmare tutto a priori, ma viceversa è sufficiente un dispositivo di armonizzazione evolutiva fatta di prove, attese ed esperimenti. Una condizione che spesso diventa generativa e produttiva di nuove dinamiche sociali, culturali ed economiche, dove proprio intorno ad esse, potrebbe nascere l’opportunità di drenare risorse di supporto o specifici investimenti pubblici, quasi sempre impossibili da attivare per un tipo di costrutto operativo che non è facilmente codificabile secondo le normali categorie della programmazione tecnico-amministrativa. Spesso il politico o il funzionario di riferimento che viene contattato a riguardo dice “portatemi un progetto” senza capire che qualsiasi elaborato non potrebbe che essere uno sterile esercizio accademico, poiché non esistono le condizioni predittive per generarlo, ma solo –appunto- un dispositivo autopoietico per l’avvio e l’innesco di un processo. Ciò porta ad un crescente paradosso che vede da una parte questi nuovi progetti “generativi” orfani di qualsiasi aiuto o supporto pubblico, anche quanto la loro entità potrebbe essere significativamente inferiore rispetto ad una equivalente provvista codificata come “opera pubblica”.
Mentre d’altra parte si assiste ad opere di prioritaria utilità pubblica (vera o presunta) che rimangono incredibilmente INCOMPIUTE.  Opere quindi che richiederebbero tutti gli sforzi per una efficace ed efficiente programmazione e realizzazione che si perdono nei labirinti delle nostre inefficienze di sistema, per cause che possono essere di volta in volta la debolezza del processo programmatorio, il sottogoverno, la corruzione, il conflitto di competenze o le loro combinazioni più o meno gravi.
Secondo l’aggiornamento dell’Anagrafe delle opere Incompiute di interesse nazionale, compiuto dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti, si tratta di 647 opere al 31 dicembre 2017, 105 in meno del precedente rilevamento (-14%). I dati evidenziano che, rispetto al 2016 c’è stata una contrazione del numero delle opere incompiute, ridotte da 752 a 647 (- 105 opere, pari a - 14%), confermando una ripresa a completamento delle opere, già registrata lo scorso anno. I dati, inseriti dalle amministrazioni titolari dei procedimenti sull’apposito sito tramite il SIMOI (Sistema informatico di monitoraggio delle opere incompiute), sono pubblicati sul sito tematico www.serviziocontrattipubblici.it e, in formato "aperto", sul catalogo open data.http://dati.mit.gov.it/catalog/dataset/opere-incompiute.
È intorno a questo sciagurato fenomeno che si è sviluppata la ricerca “Incompiuto”, categoria connotata come "Il più importante stile architettonico italiano degli ultimi 50 anni", ovvero quello degli edifici e delle infrastrutture lasciati a metà, come ci racconta un sintetico articolo de “Il post” con emblematica photogallery. “Incompiuto è un progetto realizzato dal collettivo artistico Alterazioni Video, che in dieci anni ha documentato e fotografato 696 edifici e costruzioni sul territorio italiano la cui realizzazione non è mai stata completata. È diventato anche un libro – La nascita di uno Stile-The birth of a style – pubblicato da Humboldt Books in collaborazione con Fosbury Architecture”. La ricerca e il libro squarciano quindi questo scenario devastante e in tal modo rendono tragicamente più evidente la divaricazione tra chi “ha il pane” delle risorse e “i denti” li usa per sprecarle, e chi invece “ha i denti” per costruire il futuro, ma non “ha il pane” per alimentarlo come servirebbe. La ricerca “Incompiuto” andrebbe quindi coltivata ed estesa alle molteplici tipologie dello spreco rinvenibili sulla scena del malgoverno nazionale, anche in quei casi dove l’”oggetto” dell’investimento viene anche completato, ma rimane, vuoto, inutilizzato o sottoutilizzato. E ancora intorno all’abisso civile scandagliato da quest’indagine, andrebbero rafforzati studi e ricerche di segno opposto per dimostrare quanto e in che modo con le stesse risorse sprecate si potrebbe realizzare per far rinascere il nostro paese. Il progetto "Incompiuto” Il progetto è iniziato nell’estate 2006 in Sicilia (dove ci sono più di duecento delle strutture documentate).
Un interessante articolo di Eleonora Aragona su Linkiesta ci racconta il fenomeno del “Non finito” al Sud anche da un altro punto di vista. Con riferimento agli studi di Igea Troiani e Andrew Dawson docenti alla Oxford Brookes University, sono state analizzate e comparate alcune situazioni specifiche come nei casi di Atene, Madrid, Cuba e Londra, cercando di comprendere i rispettivi modelli di sviluppo tra spreco edilizio e iniquità sociale crescente. Spicca, nella sintetica restituzione dell’articolo, la dimensione antropologica del degrado del nostro Meridione, dove si evidenzia come si sia «instaurata una convivenza pacifica, e per nulla indignata, con il non finito già dagli anni ‘80». E grazie anche al lavoro del fotografo calabrese Angelo Maggio da molti anni impegnato su questo tema, è stato anche messo in luce come ci siano «immagini che sono la prova dell’abitudine al brutto del Meridione, ma anche della nazione. Un’indifferenza che la dice lunga sul quel modo unico di affrontare i problemi in Italia: ignorarli. Una mentalità questa che ha portato alla creazione di quel “provvisorio definito” di cui il non finito è solo una rappresentazione tangibile e vistosa». Per queste e altre ragioni il “Non finito” occupa a pieno titolo un posto speciale tra le tipologie di possibile riuso temporaneo e/o riuso creativo, soprattutto nell’ottica di invertire i presupposti che lo hanno contraddittoriamente generato.
La questione non riguarda però soltanto il Sud. Al Nord si è sviluppata la ricerca confluita nel volume “L’Atlante dei classici padani”, che censisce 1.141 situazione tipicamente distopiche tra Piemonte, Lombardia e Veneto. Gli asili nido si fermano a 1.007. Il dépliant della “Gita 2017” la definisce infatti “una ricognizione partecipativa, una conferenza paradossale e uno scambio informale di idee”. L’obiettivo è quello d’interrogarsi sull’identità della “regione divenuta Macro” e sui meccanismi che ne hanno sfruttato lo smarrimento, tra compro oro e svendo cemento, palmeti e videoslot, Lega nord e grandi opere incompiute.
Al di là della lettura regionale o macro-territoriale, rimane il fatto che il fenomeno delle opere incompiute può anche essere affrontato con delle politiche mirate nell’ambito del più approppriato livello di governo che è quello “comunale”. L’impegno che, per esempio, sta emergendo a Macerata può essere un indicatore di giuste intenzioni e di un buon metodo. È infatti in corso l’avvio di una serie si azioni per affrontare di petto il problema dei Cantieri edili abbandonati, si intende «Parlare con le ditte e ripensare la città», oltreché mappare le incompiute e intervenire per la manutenzione. In questi casi la maggio difficoltà, è sempre quella di fare cose semplici!

 

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