Osservatorio riuso

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Quando l’agricoltura entra nel paesaggio urbano

Data di pubblicazione: mercoledì, 18 aprile 2018
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Contrasto al consumo di suolo, riuso e rigenerazione urbana possono spesso convergere su esperimenti di agricoltura urbana che sempre di più si stanno diffondendo come modello innovativo di verde urbano in grado di soddisfare contemporaneamente a nuove istanze complesse in campo ambientale, sociale ed economico. I livelli crescenti di urbanizzazione a livello mondiale, la riduzione di terreno coltivabile, la crescente dimensione sociale e aggregativa del rapporto con la terra e ancora lo sviluppo di nuove tecnologie che ampliano la gamma di possibilità delle coltivazioni più diverse, specie quando sono inedite economie di scala a favorirne l’attecchimento nei contesti più disparati. Sono tutti fattori che stanno contribuendo a cambiamenti di scenario.

Negli Stati Uniti una società si è affermata nella produzione di lattuga attraverso quattro insediamenti specializzati per una superficie complessiva di soli 5 ettari spazio complessivo di 50,000 metri quadri, disseminati fra New York e Chicago. Altre città statunitensi  dove si stanno diffondendo questi modelli si trovano a Detroit, Buffalo, Oakland, Los Angeles, San Francisco.

A Den Haag è nata l’azienda Urban Farmers proprio in edificio dismesso dove un tempo c’era niente di meno che la Phillips. Lì hanno trovato il modo di coltivare ortaggi sul tetto e ai piani inferiori che itticoltura grazie all’impiego delle tecnologie idroponiche. Molto simile anche il caso di Berlino con ECF farmsystem.

A Londra dove si era diffusa  la tendenza dei “giardini tascabili” facendo crescere  gli orti urbani a oltre 350mila situazioni, si stanno affermano anche startup come Grow Up Urban Farms che ha interpretato la sua missione proprio recuperando un vecchio magazzino di duemila metri quadri in disuso nella zona di Beckton. Lì si combina acquacoltura e agricoltura idroponica per una produzione di insalata e di pesce destinata ad un mercato di nicchia dei ristoranti e dei servizi di catering locali.

Queste tendenze si stanno sempre di più consolidando sotto forma di indirizzi strategici dell’agenda urbana della grandi città. Esemplare il caso di Parigi che ha fissato l’obiettivo entro il 2020 di arrivare ad un’estensione di  orti urbani pari ad un terzo degli spazi verdi. Partendo dallo sfruttamento delle sue aree coltivabili, il processo è pensato anche per crescere in altezza puntando al coinvolgimento dei tetti degli edifici per produrre verdure e ortaggi e ridisegnare il modello di città.

Anche in Italia qualche esperienza comincia ad affacciarsi come nel caso di "FruttaInCampo" un'azienda agricola biologica di Milano, in zona San Siro non lontano da Boscoincittà e collegata al parco Sud. L'idea è nata da un gruppo di soci-agronomi che hanno puntato sul pathos del ritorno alla natura e sulla riscoperta della frutta appena raccolta definendo nuove dinamiche tra produttore e consumatore.

Una tendenza ancora più originale è quella, apparentemente impossibile, della “vigna metropolitana”, ovvero della coltivazione della vite che in forme diverse e con estensioni e posizioni anche molto variegate. Questo fenomeno è già molto diffuso e tocca città come: Parigi, Napoli, Vienna, Torino, Brescia, Venezia, Roma e Siena.

Si tratta nell’insieme di un fenomeno estremamente importante per il futuro delle città, e ciò per molteplici ragioni, parzialmente già evidenziate in premessa, ma  con almeno un elemento di analisi supplementare collegato specificatamente alle problematiche di riuso e rigenerazione. Ebbene da questo punto di vista l’agricoltura urbana è e può diventare in forma crescente, una straordinaria soluzione rispetto ad alcuni possibili scenari evolutivi. In particolare: i) per le grandi estensioni di patrimonio dismesso dove il saldo tra domanda e offerta di spazi riedificabili non potrà che essere inesorabilmente negativo; ii) per il valore di “colonizzazione” che l’”agricoltura urbana” può esprimente anche in forma progressiva dei complessi urbani da rigenerare a partire dalle superfici (a volte anche molto estese) degli spazi interclusi trai vari fabbricati; iii) per i potenziali di sperimentazione ed integrazione tra agricoltura e altre funzioni, in primis quella residenziale.  Tutto ciò potrebbe significare una virtuosa modifica dei rapporti di densità  dei tessuti urbani, favorendo alterni processi di diradamento o densificazione a seconda delle necessità. Per esempio all’interno di grandi compendi ex industriali si potrebbe pensare a nuove aggregazioni di funzioni alternate tra superfici aperte e volumi alla ricerca di nuovi equilibri tra vita e lavoro, tra spazio aperto e spazio chiuso, tra terra e cielo.
 

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