Osservatorio riuso

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In Veneto: segnali di ravvedimento all’ipertrofia di capannoni e villette

Data di pubblicazione: giovedì, 05 aprile 2018
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Poco più di dieci anni un poeta e scrittore veneto dalla raffinata coscienza critica come Andrea Zanzotto si batteva contro la cementificazione della sua regione, che proprio in quegli anni sembrava senza fine e senza speranza di contenimento. Egli ammoniva infatti, in un bell’articolo di Francesco Erbani su La Repubblica del 7 dicembre 2007, su come negli ultimi quindici anni si è consumato più suolo che in una storia millenaria fatta, «di una civiltà silvopastorale che si potrebbe per blasoni definire della falce e del rastrello o della zangola e dell'arcolaio». E d’altra parte, non mancava di ricordare, come, rispetto al controverso rapporto tra sviluppo e territorio, la sua storia personale gli avesse assegnato il ruolo di testimone privilegiato fin dagli anni Sessanta, quando:  «La Provincia di Treviso m' incaricò insieme a un fotografo di censire quello che accadeva nei centri storici, dove abbattevano gli edifici delle piazze per far largo alle macchine, e nelle campagne, dove trasformavano i rustici in ville. Pubblicai alcuni articoli su una rivista (uno è stato riprodotto in Il grigio oltre le siepi, curato da Francesco Vallerani e Mauro Varotto ed edito da Nuova dimensione, n. d. r.). La rivista era della Provincia che con una mano finanziava le porcherie e con l'altra chi le raccontava». Dopo la guerra si costruiva perché c' era bisogno, continua Zanzotto. Le case erano distrutte. C' erano i soldi del piano Marshall. Disordinatamente, ma si raggiunsero «gradini sopportabili di decenza». «Poi questo slanciò si affievolì». E come siamo arrivati ad oggi? «Si è voluto ottenere il massimo con il minimo costo, ma poi il costo è stato altissimo. Il mito della ricchezza facile è un febbrone che ha il potere di distruggere l'organismo. E questo territorio è stato incrostato di stabilimenti che ora sono vuoti perché è più conveniente produrre all' estero (…).
Con la lunga crisi del decennio e i radicali mutamenti socio economici che sono intervenuti a più livelli, è proprio il Veneto a segnalarsi come una delle regioni che meglio si è mobilitata intorno al tema del contrasto al consumo di suolo con la legge regionale  n. 14 del 06 giugno 2017 “Contenimento del consumo di suolo, riqualificazione, rigenerazione e miglioramento della qualità insediativa”, che regola tra le altre cose anche gli “Interventi di riuso temporaneo del patrimonio immobiliare esistente”. Un modo di riconciliarsi con la memoria e l’importante eredità che intellettuali del rango di Zanzotto hanno lasciato a beneficio delle generazioni future.
Una recente indagine di “Smart Land srl. Studi, analisi e valutazioni per le città e per il territorio”, coordinata dal prof. Federico Della Puppa per conto di Confartigianato Veneto, ha messo in luce come in Veneto vi siano più di 92mila capannoni industriali, situati in 5.679 aree produttive (per 41.300 ettari di terreno) che occupano il 18,4% della superficie consumata. Lo studio realizzata in collaborazione con la Regione e con l’università Iuav, ha rilevato in particolare che i capannoni dismessi in regione sono ben 11mila, il 12% del totale, e che, di questi 11mila, il 57% è costituito da strutture riutilizzabili, circa 6mila. Per il 43%, invece, si tratta di capannoni troppo vecchi e irrecuperabili, quindi da rottamare o demolire (si parla di circa 4.570 unità).
Il fenomeno più interessante è quello che vede alcuni operatori alle prese con la sperimentazione sul tema del riuso dei capannoni sottoutilizzati o abbandonati. In alcuni territori  si sono realizzati esperimenti importanti attraverso il restyling curato per dare una sorta di nuova vita griffata e hi-tech delle vecchie strutture abbandonate dopo la grande crisi, con l’affermazione di una tendenza che comincia a disegnare uno scenario urbano diverso attraverso esperimenti di riqualificazione urbanistica ed edilizia di notevole ricerca qualitativa, come nel caso della nuova Manufacture de Souliers Louis Vuitton, situata a Fiesso d’Artico sulle rive del Brenta fra Padova e Venezia (nella foto).
Non mancano poi le azioni come quella del comune di Oderzo in provincia di Treviso con la sperimentazione di politiche attive tra contrasto al consumo di suolo e recupero dei capannoni abbandonati. Un fenomeno che risulta distribuito sia nella zona industriale che a ridosso del centro città. Uno studio eseguito da studenti dello Iuav ha mappato tutti casi di capannoni abbandonati di Oderzo, elaborando strategie progettuali nuove. E in quest’ottica qualche impresa ha dimostrato di preferire il recupero di capannoni sfitti piuttosto che occupare nuovo suolo. È il caso della Nice spa, la multinazionale dell’automazione che ha dato una grande prova di attaccamento al territorio, realizzando una rigenerazione all’insegna della qualità e della sostenibilità.
Alla luce di queste esperienze che sono forse qualcosa di più di semplici segnali di ravvedimento all’ipertrofia di capannoni e villette, sarebbe bello poter render conto e onore ai poeti-profeti come Andrea Zanzotto come atto di remissione e di riconoscenza collettiva.

 

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