Osservatorio riuso

Osservatorio online per il riuso di spazi a fini creativi, artistici e culturali

Se la rigenerazione dei luoghi si allea con il riuso degli oggetti

Data di pubblicazione: martedì, 20 marzo 2018
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Il recupero di porzioni di città e la riconversione di parti di territorio in chiave sostenibile possono rappresentare una delle risposte alle sfide della crisi economica attuale e rilanciare l’economia verso uno sviluppo sostenibile dei territori. Ciò può e deve avvenire coniugando il fatto che rigenerazione dei luoghi deve allearsi con il riuso degli oggetti, rinnovando fortemente il concetto di trasformazione del rifiuto o dello scarto in risorsa e modificandone sostanzialmente i flussi di spostamento, conferimento o smaltimento in nuove filiere del valore. Alcuni punti si stanno delineando pur in assenza di un quadro di prassi e di strumenti definiti. Senza pretesa di esaustività se ne commentano alcuni. Una forte novità è arrivata con l’introduzione dei cosiddetti Criteri Minimi Ambientali (CAM). Con il Decreto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.16 del 21 gennaio 2016 e successivamente modificato con Decreto del 11 gennaio 2017, sono stati introdotti dei criteri ambientali minimi per gli arredi, per l’edilizia e per i prodotti tessili . Ciò al fine di ridurre gli impatti ambientali degli interventi di nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione degli edifici, considerati in un’ottica di ciclo di vita. Tra i vari aspetti presi in considerazione all’interno dei CAM vi sono l’inserimento naturalistico e paesaggistico, le sistemazioni a verde, la viabilità e la mobilità sostenibile, l’approvvigionamento energetico, il risparmio idrico, la qualità ambientale degli spazi interni e specifici requisiti sui componenti edilizi. Vengono inoltre considerati aspetti legati direttamente alla gestione del cantiere.

Più di recente è da segnalare dopo la precedente del 2 dicembre 2015, l'adozione di un nuovo pacchetto sull'economia circolare da parte della Commissione Europea che intorno a questo tema ha dato prova di volere rafforzare le politiche per la sostenibilità, per chiudere il ciclo dei cicli di vita del prodotto in ogni fase della catena del valore – da produzione a consumo, riparazione e produzione, gestione dei rifiuti e materie prime secondarie che vengono reintrodotte nell'economia. Si tratta di uno scenario dinamico che attende ulteriori passi in avanti come nel caso della direttiva sull’ecodesign.  A livello nazionale era stata avviata una consultazione sul documento: “Verso un modello di economia circolare per l'Italia” che fornisce un inquadramento generale dell’economia circolare e il posizionamento strategico dell’Italia, in continuità con gli impegni adottati nell’ambito dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, in sede G7 e nell’Unione Europea. Sempre su iniziativa europea è attiva una partnership aggregata introno al documento URBAN AGENDA FOR THE EU. che esalta il ruolo delle città sono i principali motori dello sviluppo economico, rispetto al fatto che con l’economia circolare potrebbero svilupparsi grandi opportunità per le piccole e medie imprese all'interno delle relative economia di scala.

D’altra parte non mancano esperienze italiane in tal senso, alcune delle quali promosse autonomamente dal mondo dell’associazionismo, come nel caso piemontese de “Il tavolo del riuso” formato da un gruppo di associazioni e cooperative che da tempo si interroga su come migliorare le proprie performances attraverso l’adozione di meccanismi più spinti di economia circolare. In tale ottica è stato organizzato nel luglio 2017 un’occasione di confronto a livello regionale con un evento denominato “I volti del Riuso” . L’approccio è quello che altrimenti viene definito come “upcycling”, da interdersi come l’utilizzo di materiali di scarto, destinati ad essere gettati, per creare nuovi oggetti dal valore maggiore del materiale originale, secondo una buona definizione presente sul sito del Laboratorio dell’Autoproduzione , che specifica ulteriormente che “usualmente il termine viene tradotto con riciclo creativo, riuso o riutilizzo. Nessuno di questi termini, però, chiarisce il fatto che questo tipo di processo fa acquisire un valore maggiore al nuovo oggetto rispetto all’originale, come succede invece nel caso del prefisso inglese up-“.

Alcune città hanno già avviato questo processo e le loro esperienze saranno considerate preziose per identificare le principali opportunità d’azione e dove  è invece necessario rimuovere gli ostacoli attuativi, come nel caso di “Circular Amsterdam” (l'immagine di commento all'articolo è tratta dal dossier). Nella prospettiva di sviluppare la rigenerazione dei luoghi in modo fortemente integrato con il riuso degli oggetti si aprono scenari nuovi estremamente interessanti che toccano una nuova rivoluzione dell’organizzazione delle città sia per quanto riguarda la costruzione di nuove filiere o catene della circolarità che nel riutilizzo virtuoso dei flussi da queste generate.

Nell’ipotesi di adattare un esperienza così evoluta a situazioni italiane dove questo cambio di paradigma richiede in linea di massima tempi più lunghi se non altro per la messa a punto di procedure e dispositivi amministrativi adeguati, ci può essere più di urna strada di “buon senso” per iniziare a riutilizzare i tanti contenitori abbandonati come luogo di stoccaggio presidiato di materiali, dove il termine “stoccaggio presidiato” può essere interpretato con quella funzione di “innesco” generativo che sta alla base dei processi di riuso creativo e/o riuso temporaneo.

Sul piano degli impatti sembrerebbe emergere un potenziale di rilevante emancipazione umana e sociale a forti caratteri espansivi ed inclusivi. Le pratiche di upcycling non possono infatti che essere praticate con approcci aperti e partecipativi e come tali possono svolgere importanti funzioni di scalabilità sociale sia dal basso verso l’alto per chi per esempio cerca occasioni di ingresso o reingresso nella vita attiva (giovani in cerca di occupazione, disoccupati, ecc.) e sia dall’alto verso il basso per quei soggetti che vogliono rimettersi in gioco miscelando approcci tradizionali con nuovi profili di “impresa sociale (si pensi ai potenziali della responsabilità sociale d’impresa, alle B corp, ai possibili scenari appena avviati con la riforma del Terzo settore, ecc.). In tale modo si afferma il fatto che le pratiche di riuso (sia di spazi che di oggetti) favoriscono unione, convergenza, aggregazione contaminazione, al punto che  la filiera di “consumo, produzione, riproduzione e rigenerazione” tenderanno a trasformarsi in multiformi assetti di ibridazione possibile.

 

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