Osservatorio riuso

Osservatorio online per il riuso di spazi a fini creativi, artistici e culturali

Quando il borgo abbandonato è in pianura

Data di pubblicazione: venerdì, 02 marzo 2018
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Nella sterminata fenomenologia dei borghi in abbandono, non vi sono solo i casi idealtipici degli insediamenti di poggio o di crinale dei più pittoreschi paesaggi collinari o montani, ma emergono anche situazioni solo apparentemente più prosaiche, in contesti di pianura e/o anche in ambito periurbano. È questo il caso di Larizzate un’antica frazione del comune di Vercelli, per altro vicinissima all’area dove una delle grandi Big Four of Technology ha recentemente localizzato uno dei suoi poli logistici. Un articolo su “La Stampa – Vercelli” del 1° marzo 2018, ce ne racconta i tratti caratteristici. Un esodo progressivo di attività ormai inesistenti e di popolazione ridotta a sole 15 persone per un borgo che a fine ‘800 contava mille abitanti e ancora negli anni ’70 un centinaio. I residenti che ci abitano, lo fanno per un particolare attaccamento alle radici del luogo, per lo più costituito da antiche cascine dell’ospedale di Vercelli, ovvero Asl, con cui è sempre più difficile conciliare le ragioni della permanenza degli affittuari con quelle della buona manutenzione del patrimonio. A ridare qualche segnale di speranza qualche nuova presenza che arriva da fuori e si innamora del luogo con idee e voglia di fare. L’esempio  di Larizzate rappresenta una dei tanti casi di cascina-borgo che costellano la pianura padana con migliaia di aggregati che nel corso di un secolo sono passati dal migliaio di abitanti alle poche unità di oggi. Si tratta di una straordinario “potenziale insediativo” che potrebbe recupere la «cascina» come risultato del processo storico che l’ha generato, ovvero quello di un nuovo centro aziendale della grande affittanza capitalistica, che diviene il centro di riorganizzazione di tutto il paesaggio agrario della Pianura padana. (…). Alla minore unità culturale del podere, adeguata alla capacità lavorativa di una famiglia più o meno numerosa, subentra la massiccia unità culturale della cascina, adeguata alle esigenze tecniche ed economiche di un’agricoltura, che dalla fase artigianale passa a quella della manifattura, con importanti apporti di capitali fissi e circolanti e con l’impiego normale di mano d’opera salariata: e che giunge a impegnare nelle fasi di punta, anche masse cospicue di lavoratori a giornata (Emilio Sereni. Il paesaggio agrario della padana irrigua e della risaia. In: Storia del paesaggio agrario italiano. Bari, 1961). Certamente servirebbe anche una palingenesi che recuperi in chiave contemporanea quest’eredità di centro aziendale della grande affittanza capitalistica in nuovi modelli per vivere e lavorare facendo del quotidiano rapporto con la terra e l’ambiente uno dei suoi aspetti cardine.

 

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